Crea sito
In Articoli/ Definizioni

Male gaze: che cos’è e com’è la situazione in Italia

Il Cambridge Dictionary riporta alla voce “male gaze”: “the fact of showing or watching events or looking at women from a man’s point of view”. “Gaze”, letteralmente “sguardo”, è un termine che si rifà al modo in cui gli osservatori guardano ad una rappresentazione visiva. Nata in seno alla teoria del cinema e alla relativa critica negli anni ’70, la “gaze theory” è arrivata a comprendere anche pubblicità e programmi televisivi.

Il termine “male gaze” suggerisce una modalità sessista di guardare a queste rappresentazioni, che mira ad enfatizzare il potere dell’uomo e ad oggettivare la donna. Quest’ultima, infatti, in questo schema è vista come un oggetto del desiderio maschile eterosessuale. Qualsiasi sua caratteristica (ogni pensiero, ogni emozione…) è così subordinata all’essere seducente per lo sguardo maschile. E – aggiungerei – in una società che ci ha abituate a ritenere che il massimo a cui possiamo aspirare sia, per l’appunto, essere oggetto di desiderio sessuale per un uomo, c’è anche il rischio che questo ci piaccia!

Male gaze: dalla teoria alla pratica

Il concetto di “male gaze” è stato introdotto nel 1975 dall’accademica e regista Laura Mulvey, nel suo saggio “Visual Pleasure and Narrative Cinema”. La tesi di Mulvey si basa sul fatto che la maggior parte dei film hollywoodiani sono stati girati in maniera tale da soddisfare il piacere sessuale maschile. Allo stesso modo, i media visivi che rispondono a questo voyerismo tendono a sessualizzare la donna per lo sguardo maschile. 

Non dovremmo faticare molto, allora, per pensare a dei casi in cui il corpo femminile viene sessualizzato in situazioni in cui la sensualità non ha nulla a che fare con il prodotto che viene pubblicizzato. Dalle realtà locali alle multinazionali, i casi di epic fail sono assai frequenti. Li definirei epic fail perchè sono tutte – a loro modo e con la relativa gravità – occasioni mancate per fare cultura, per modificare la percezione di chi osserva, per cominciare a sradicare gli stereotipi.

La pubblicità sessista offende tutti

Annamaria Arlotta ha fondato nel 2011 il gruppo Facebook “La pubblicità sessista offende tutti”, che raccoglie spot, cartellonistica e qualsiasi forma di advertising in cui siano ritratte donne come oggetto del piacere sessuale maschile. Ragazze che ammiccano, che mostrano abbondantemente le zone più intime del corpo, per richiamare l’attenzione prima su di sé e poi, per osmosi, sull’appetibilità del prodotto pubblicizzato. Il gruppo si propone così di resistere alla tendenza sessista della pubblicità italiana, cercando di invertire la rotta. Ritorna così il tema della “male gaze”; è la stessa Annamaria ad affermare, in un’intervista per Lettera Donna, che «La pubblicità è una produzione maschile fatta da maschi e imposta a tutti gli uomini, che piaccia o meno; alle donne si chiede di adattarsi a questo punto di vista maschile. Il protagonista, che si veda o no, è sempre l’uomo, anche se nella pubblicità si vede un’attrice donna».

A dire il vero, la “male gaze” si rispecchia non solo nella raffigurazione della donna come oggetto del desiderio, che è del resto l’immagine più comune che abbiamo tutti in mente. Il sistema mediale riflette la dicotomia femme fatale-donna angelo: donne rappresentate come pronte a soddisfare il desiderio sessuale, oppure casalinghe felici di badare alla casa e ai figli.

Iniziamo dunque ad entrare nel vivo dell’argomento. Ecco alcuni esempi:

Perchè ridurre la pubblicità sessista?

Come si può notare, dunque, basta guardarsi intorno: non sono casi isolati, e di certo non sono casi risalenti ad epoche passate. Per le donne – credo – è assodato che tali pubblicità siano totalmente svilenti. Ma perché è così importante anche per gli uomini che venga messo un freno alla pubblicità sessista? Il motivo più evidente, dopo aver parlato di male gaze, è il seguente: quando diciamo che le donne sono rappresentate dal punto di vista maschile, significa che quest’ultimo incarna le caratteristiche di tutti gli uomini. Essi dunque appaiono da un lato come “bestie” interessate solo all’aspetto erotico, dall’altro come eterni “mammoni” che non riescono a badare a loro stessi, men che meno ad una famiglia. Questa generalizzazione, quindi, potrebbe non andare molto a genio al genere maschile.

Ma trovo che la motivazione ben più profonda sia un’altra, e riguardi l’identità di genere. La pubblicità sessista promuove, fondamentalmente, una marcata dicotomia maschile-femminile, per cui le donne nei media sono “molto donne” e gli uomini “molto uomini”. I loro tratti fisici afferenti all’uno o all’altro genere sono, cioè, messi in evidenza e sottolineati il più possibile. C’è da dire che siamo tutti cresciuti con questa dicotomia in mente, quindi per noi è naturale, ma i media non fanno altro che accentuarla. In particolare, sappiamo che alcuni comportamenti sono permessi – a livello socio-culturale – esclusivamente agli uomini, mentre altri sono afferenti all’area femminile.

Così pagare il conto al ristorante, compiere gesti di galanteria, manifestare il proprio potere e la propria forza fisica sono gesti tipicamente maschili; mentre prendersi cura degli altri, esternare le proprie emozioni, dimostrare grazia e leggiadria sono elementi percepiti come femminili.

Quali sono gli effetti?

Capiamo allora che uscire dalla rigida dicotomia maschile-femminile farebbe del bene a tutti; o meglio, permetterebbe a tutti di sentirsi più liberi. Liberi di comportarsi come ci si sente, senza paura di essere etichettati come “troppo o troppo poco maschili o femminili”. Il caso degli uomini è emblematico: manifestare le proprie emozioni, esprimere le proprie idee, dimostrarsi anche fragili, piangere… a quel punto sarebbero tutti comportamenti socialmente accettati.

I media non solo la soluzione, certo. Ma possono essere una delle modalità con cui uscire da questa rigidità in cui siamo imbrigliati, con cui abituarci a vedere le cose da un altro punto di vista, con cui riaffermare la nostra libertà in quanto esseri umani (indipendentemente dal sesso biologico con cui siamo nati).

Avevate mai pensato a quanto il femminismo può essere utile anche agli uomini? E a quanto sia importante a livello pubblicitario? Cosa ne pensate?